Branding

Chi si loda si imbroda?

Personal branding e timore di esporsi. Quante volte hai pensato a un video o a un articolo sul tuo lavoro e non l'hai fatto per paura del giudizio degli altri?

6 min di letturaNicolò
Chi si loda si imbroda?

Certo, non sono un sostenitore di chi sale da solo sul palco e si vende come il più figo del mondo.

Ma cosa ti attivo in testa se ti dico che è diventato molto comune buttare nello stesso calderone chi si loda e chi si espone?

Chi si loda si imbroda, ok. Ma chi si espone si imbroda?

Mi chiamo Nicolò e mi occupo di branding.

Scrivo per lavoro da anni. Non scrivo per me, non scrivo per gli altri.

In tutta onestà, scrivo al posto degli altri.

Oggi per la prima volta scrivo pubblicamente per me e per gli altri.

La paura di esporsi.

Ti è mai capitato di aver avuto l'idea di volerti filmare, di creare un video in cui parli per raccontare un tuo servizio, un tuo traguardo, una tua abilità o magari per aprire una conversazione su qualche tematica?

Ti è capitato di non averlo fatto per paura di esporti? Per paura di ricevere critiche da chi sta nel tuo giro o magari essere deriso dai tuoi stessi amici?

Ti è mai capitato di voler iniziare a scrivere degli articoli che riguardano il tuo lavoro, ciò che sai fare o anche solo per trovare degli spunti?

Ti è capitato di non averlo fatto perché convinto di non essere nella posizione giusta per aprire una conversazione pubblica su tematiche professionali o sociali?

Ti è mai capitato di avere letteralmente paura di quello che può succedere una volta premuto invio su un tuo contenuto che non sia la solita c***o di foto al mare, per non uscire dal coro, restare al sicuro e non dare agli altri nessun motivo per giudicarti?

Se la risposta è no, questo articolo non è per te. (e meglio così)

Nessuno mi ha mai dato il permesso.

Non è la regola, ma se non ti esponi c'è una buona probabilità che tu lavori dentro una grande azienda. E che un motivo valido per farlo tu non l'abbia mai trovato.

E attenzione, non dico che l'idea non ti sia mai venuta, anzi. Dico che ti è venuta e si è bloccata all'istante, come se qualcuno ti avesse sorpreso a sbirciare da una porta socchiusa e fosse arrivato incazzato nero a sbattertela in faccia.

Sono stato in una grande agenzia per anni, e in mezzo a tanti lavori sbagliati, noiosi o poco degni di nota ho scritto per la tv e per la radio e creato campagne per grandissimi brand come Burger King, The North Face, Google e MINI, e ti assicuro che di cose da dire ne avrei avute tante.

Non l'ho mai fatto perché non mi sentivo nella posizione di potermi esporre, perché questi lavori erano firmati da una grande agenzia e il mio nome era solo uno dei tanti, come i titoli di coda di un film.

E anche se a prendere parte a quel progetto c'erano solo poche persone oltre a me, e se la mia idea era stata fondamentale per poterlo realizzare, comunque rimanevo un piccolo nome che non aveva motivo per esporsi.

Nessuno in quella grande agenzia mi ha mai dato il permesso di farlo. Nessuno però in quella grande agenzia mi ha mai detto che fosse necessario avere un permesso.

La triste verità di questo breve racconto personale è che il permesso di esporti, di mostrarti, di raccontarti, te lo devi dare da solo.

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Il lavoro è dell'azienda, l'impegno è tuo

Se lavori in una grande azienda e fai grandi progetti, ogni volta che lasci il tuo nome nascosto tra gli altri, o che ti limiti a fare il repost praticamente anonimo del lavoro con la caption "Avanti tutta!!", stai perdendo una grande occasione.

Eh sì, perché la campagna, o il lavoro nel complesso, è dell'azienda. Ma il modo in cui hai contribuito a dargli vita resta tuo.

Chi ti ha mai detto che per qualcuno non possa essere interessante o addirittura d'ispirazione ascoltare le tue parole, il tuo racconto o il tuo processo?

Chi ti ha mai detto che esporti per approfondire non ti porterà mai alcun vantaggio?

Non ci sono scuse. Solo una società che porta a scegliere la strada dell'anonimato come luogo sicuro.

O ancora più probabile, la comoda convinzione di vivere in una società che porta a scegliere la strada dell'anonimato come luogo sicuro, a cui non resta che sottostare.

Chi le cose le dice. Chi le cose non le dice.

Oggi mi ritrovo in una realtà completamente diversa, indipendente. Ho scelto di prendere la mia strada e collaborare con Beamlight.

All'inizio ero convinto che questo campionato fosse più semplice, e invece l'ho trovato più sfidante.

Quando sono arrivato, l'idea di iniziare ad espormi, anzi ad esporci, era interessante. Oggi, a distanza di meno di un anno è diventato indispensabile, ed è ciò che mettiamo in cima alla lista delle cose da fare anche per i nostri clienti.

Ogni azienda è fatta di persone, sia chiaro, ma le piccole realtà non vivono di rendita nemmeno un giorno.

Le persone vengono prima del grande nome, e la differenza vera tra una realtà e l'altra sta tra chi le cose le dice e chi le cose non le dice.

A parità o simile qualità di prodotto la differenza la fa chi si racconta e non dà per scontato che tutti sappiano della sua esistenza.

Chi sostiene che non è vero che il lavoro buono dovrebbe farsi notare da solo.
Che non è vero che è più giusto aspettare che siano gli altri a dire che ciò che sa fare ha valore. Che non è vero che solo allora può raccogliere i frutti di ciò che ha seminato.

Chi ci ha convinti ad essere invisibili?

Chi ci ha insegnato a pensare così?

Chi ci ha insegnato che nella vita serve essere legittimati da qualcuno per potersi esporre?

Chi è che decide chi può farsi un video o scrivere un articolo e chi no?

La paura.

Ho sentito mille volte dire che fare dei contenuti video in cui si mette la faccia, o esporsi troppo, è l'equivalente di mettersi in ridicolo.

Quello che ci leggo io è una cosa diversa. Filmarsi senza "essere qualcuno" è l'equivalente di mettersi in ridicolo.

E quindi questo significa che chi vuole esporsi e non lo fa crede di non essere nessuno.

Cosa serve per farci svegliare e capire che per essere qualcuno bisogna prima di tutto essere?

Abbiamo il dovere di esporci e di raccontarci.

Ma soprattutto abbiamo il dovere di non dare per scontato quello che sappiamo fare.

Siamo consapevoli di quante occasioni perdiamo ogni volta che ci passa per la testa l'idea di esporci e non lo facciamo?

E siamo consapevoli di quanto pesa quello che perdiamo rispetto a quello che salviamo facendo questa scelta?

Siamo grandi, ormai. E la paura di sentirci sbagliati, diversi, e di rischiare di essere considerati strani o di essere emarginati, è ancora la stessa di quando eravamo a scuola.

Gli anni che passano non sono la soluzione al cambiamento. La soluzione è sempre e solo una: la nostra volontà deve essere più forte dei nostri timori.

Nicolò